Medioevo

Monastero di Sant’Angelo

Sorge una nuova fiorente organizzazione basata sulla Regola Benedettina.

VIII Secolo

L’ordinamento della Terra Sancti Benedicti

Tra il 796 e l’817, l’abate Gisulfo si occupò, come i suoi predecessori, della ricostruzione dell’Abbazia di Montecassino, distrutta per la prima volta nel 577 ad opera dei Longobardi di Zetone. Stabilì i nuovi confini della Terra Sancti Benedicti1, che aveva raggiunto una considerevole estensione grazie al duca Gisulfo II di Benevento, il quale nel 744 donò all’abate Petronace una vasta porzione territoriale attorno alla badia1-2. Gisulfo si occupò anche della riorganizzazione fondiaria delle terre del monastero e si fece carico dell’urgente assistenza spirituale delle popolazioni circostanti1-2. Per questo motivo, bonificò una zona paludosa nei pressi del Rapido, ampliò il complesso del monastero del Salvatore ai piedi di Montecassino e istituì nella Terra di San Benedetto l’organizzazione curtense con la costruzione delle cellæ2.

Immagine: Gisulfo II Duca di Benevento, 1666 circa, marmo, Cassino (FR), Abbazia di Montecassino, Chiostro dei Benefattori.

VIII-IX Secolo

Le Cellæ

Le cellæ, indicate anche come “chiese minori” o “piccoli monasteri”, furono delle organizzazioni benedettine basate sulla tipologia della corte medievale dove i contadini potevano lavorare e prendere parte del raccolto1. Le prime cellæ che sorsero nella Terra di San Benedetto furono la cella di Sant’Angelo in Valleluce e la cella di Sant’Apollinare nella località “Albiano”. Ognuna di esse costituiva una curtis e il monastero del Salvatore fungeva da curtis maior, dalla quale esse dipendevano3. Per la loro fondazione furono scelte le zone più fertili o più popolate, in modo da assistere quanti più abitanti possibili. Tra questi vi era anche manodopera qualificata, capace di compiere i lavori che l’impresa artistica richiedeva1-2. Valleluce, per lo più, fu scelta sicuramente perché era nascosta dalle colline, che la rendevano più sicura da possibili incursioni3.

Mappa: Emilio PISTILLI, Dalla Terra di S. Benedetto alla Diocesi sorana, in “Studi Cassinati”, 2016.

VIII-IX Secolo

Struttura delle Cellæ

Ad ogni cella erano annessi dei terreni suddivisi in diverse tipologie. La prima terra era la pars dominica, lavorata direttamente dai Benedettini del cenobio locale o da dipendenti chiamati “angarari”, che avevano l’obbligo di prestare un certo numero di giornate lavorative durante l’anno chiamate “angariæ”. La seconda era la pars massaricia, destinata ai coloni e ai liberi contadini che rendevano al monastero una parte del loro raccolto. In ultimo si estendevano le partis pertinentiæ, costituite da boschi, prati e pascoli che soddisfacevano alle necessità primarie degli abitanti2-4. Questa organizzazione economica, in un certo modo, fu la continuazione dell’ordinamento agrario del pagus3. In questo modo, ogni cella si garantiva un’economia autosufficiente che, non a caso, corrispondeva con lo spirito della stessa Regola Benedettina2.

X Secolo

Epoca del Castrum

Dopo circa un secolo, il sistema curtense venne improvvisamente interrotto a seguito di un’altra feroce invasione; questa volta ad opera dei Saraceni che, nell’883, saccheggiarono le cellæ e distrussero l’Abbazia di Montecassino per la seconda volta. Il quarantennio che seguì questi eventi fu segnato da una grande insicurezza, una crisi sociale e l’arretramento delle superfici coltivate. Dopo la vittoria del Garigliano nel 915, vi fu una ripresa del controllo sul territorio. Nel 967 il principe Pandolfo I concesse al neo abate Aligerno lo Ius Munitionis, ovvero il diritto di fortificare liberamente gli abitanti della Terra Sancti Benedicti. Le cellæ diventarono i fulcri principali del ripopolamento e la base del castrum. La signoria monastica si riorganizzò sulla base del castrum mediante il ripopolamento attorno alle antiche cellæ come punto di aggregazione dei nuovi centri2.